Il dossier JD.com-Ceconomy entra in una fase sempre più politica. La Cina ha ordinato alle entità domestiche di non collaborare con l’indagine dell’Unione europea sull’offerta da 2,5 miliardi di dollari presentata dal gruppo e-commerce cinese per acquisire il retailer tedesco di elettronica Ceconomy.
La decisione arriva mentre Bruxelles sta esaminando l’operazione nell’ambito del Foreign Subsidies Regulation, il regolamento europeo che consente di valutare se eventuali sussidi esteri possano alterare la concorrenza nel mercato dell’Unione.
Pechino contesta la giurisdizione europea
Il Ministero della Giustizia cinese, insieme al Ministero del Commercio e ad altri dipartimenti competenti, ha emesso il provvedimento sulla base delle norme nazionali contro quella che Pechino definisce giurisdizione extraterritoriale indebita da parte di Paesi stranieri.
Secondo la comunicazione cinese, nessuna organizzazione o individuo potrà implementare o assistere l’attuazione delle misure investigative richieste dall’Unione europea nei confronti di JD.com.
Il messaggio è netto: per Pechino, l’indagine europea avrebbe richiesto alla società cinese informazioni ampie e non necessarie riguardanti la Cina, andando oltre il perimetro considerato legittimo.
Il cuore dell’indagine europea
La Commissione europea aveva aperto a maggio 2026 un’indagine approfondita sull’operazione, dopo una valutazione preliminare su possibili sussidi ricevuti da JD.com.
Tra le misure sotto osservazione figurerebbero finanziamenti preferenziali, incentivi fiscali e contributi attribuibili a soggetti riconducibili alla Cina. Secondo Bruxelles, tali elementi potrebbero aver consentito a JD.com di presentare condizioni capaci di incidere sui negoziati per l’acquisizione di Ceconomy.
A fine luglio, la Commissione ha inviato a JD.com uno Statement of Grounds, formalizzando per iscritto le proprie obiezioni e segnando un ulteriore passaggio dell’indagine approfondita.
La scadenza provvisoria per completare la valutazione è fissata al 2 ottobre 2026.
Un’operazione rilevante per il retail europeo
L’acquisizione di Ceconomy non è una semplice operazione finanziaria. Il gruppo tedesco controlla insegne centrali nel retail europeo dell’elettronica di consumo e rappresenta un asset importante in un settore già attraversato da trasformazioni profonde: pressione sui margini, crescita dell’online, ruolo dei marketplace, evoluzione della logistica e razionalizzazione delle reti fisiche.
Per JD.com, l’ingresso in Ceconomy significherebbe rafforzare la propria presenza in Europa portando competenze su e-commerce, piattaforme digitali, supply chain e servizi collegati alla vendita.
Per la Commissione europea, invece, il punto è capire se un’acquisizione di questa portata possa essere sostenuta da vantaggi pubblici tali da alterare la concorrenza nel mercato interno.
La risposta cinese alza il livello dello scontro
La posizione di Pechino alza il livello del confronto. Un portavoce del Ministero della Giustizia cinese ha chiesto all’Unione europea di correggere immediatamente le proprie pratiche, smettere di abusare dello strumento delle indagini sui sussidi esteri e garantire un ambiente di mercato equo, giusto e prevedibile per le aziende che investono e operano nell’UE.
La Cina ha anche avvertito che, se Bruxelles dovesse proseguire con azioni unilaterali, reagirà secondo la legge.
Non è la prima volta che Pechino interviene in questo modo. Un provvedimento simile era stato adottato a maggio 2026 nei confronti di un’indagine europea su Nuctech, azienda cinese attiva nel settore della sicurezza, sempre nell’ambito del Foreign Subsidies Regulation.
Un test per il Foreign Subsidies Regulation
Il caso JD.com-Ceconomy diventa quindi un banco di prova molto importante per il nuovo approccio europeo ai sussidi esteri. Bruxelles vuole evitare che gruppi extraeuropei possano acquisire asset strategici nel mercato UE beneficiando di condizioni finanziarie o industriali non disponibili ai concorrenti europei.
La Cina, al contrario, contesta l’estensione dell’indagine e la considera una forma di interferenza extraterritoriale.
Per il retail tech europeo, la partita resta decisiva. Un eventuale via libera all’operazione potrebbe cambiare gli equilibri della distribuzione elettronica nel continente. Uno stop, o un’autorizzazione subordinata a rimedi pesanti, confermerebbe invece la volontà dell’Unione europea di usare con maggiore forza gli strumenti di controllo sugli investimenti e sui sussidi esteri.
Il punto, ormai, va oltre JD.com e Ceconomy. Riguarda il confine tra apertura del mercato europeo, tutela della concorrenza e controllo su asset industriali considerati sempre più strategici.